07 agosto 2006

Capitolo III: Atlantic City. La citta’ dell’amore

BY LAJULES

Una vita da protagonista – Abbagli e miracoli – L’ho trovato!

Nel 2003, mi recai a Washington, DC, per andare a trovare la mia migliore amica sposata con un ragazzo del posto. Francesca era da anni la mia cara confidente e compagna di viaggi e bisbocce e, come neosposa, aveva maturato una spontaea e gioiosa dipendenza da cocktail a base di vodka. In quella vacanza, Francesca ed io visitammo il nord-est degli Stati Uniti, realizzando tutti i nostri sogni cinefili: incontramo Jude Law a New York, posammo sdraiate sulle scale dell’Esorcista a Washington, corremmo su e giu’ per le scale di Rocky a Philadelphia e quando arrivammo ad Atlantic City per la gita annuale dei dipendenti e amici del Black Cat, locale rock di Washington, non sapemmo piu’ che film emulare.

Visto che alloggiavamo in uno dei tanti casino’ della citta’, optammo per una versione pizza e fichi di Paura e Delirio a Las Vegas ed ordinammo subito un vodka tonic. Ma presto, ci accorgemmo di essere delle comparse in un rifacimento di Cocoon. Ma lasciate che mi spieghi.

Atlantic City e’ una citta’ unica. Mecca anni ’50 del peggio della musica italo-americana alla Dean Martin, Atlantic City e’ oggi il centro del gioco d’azzardo per il nord-est degli Stati Uniti. E’ una citta’ di mare, con tanto di spiaggia sull’oceano, ma non si puo’ certo considerare un centro balneare superchic alla Montecarlo. Con i suoi grattaceli, i pacchianissimi hotel e le centralissime zone malfamate, Atlantic City ha assunto negli anni quell’atmosfera decadente e vintage che l’ha trasformata in cio’ che definirei il reparto geriatrico di Las Vegas. E’ una ben strana sensazione quella di entrare in un casino’ e vedere solo ultra-ottantenni giocarsi la pensione alle slot-machine e il fegato al bar aperto 24 ore su 24.

Non appena mi resi conto dell’eta’ media dei miei compagni d’albergo, pensai ai vecchietti delle osterie italiane, con i volti segnati da una vita di lavoro e solidi affetti familiari. Mi chiesi quali storie e talenti si nascondessero in questi veterani del sogno americano che sorseggiavano Coca-Cola light con la cannuccia. Dov’erano le loro famiglie? Dov’era il loro passato?
Un trio di vecchiette in T-shirt floreali e bermuda fosforescenti mi passo’ accanto shignazzando. Era quella una visione di perenni liceali in gita o una premonizione di inconsapevoli balene che cercavano la spiaggia dove tutto sarebbe stato perdonato?

Un brivido di turbamento mi attaverso’ la schiena in quel pomeriggio di Dicembre, e ordinai in fretta una vodka cranberry con una spruzzatina di soda.

La serata continuo’ come da copione, con io e Francesca a parlare di vita e di morte mentre spendevamo i nost nickelini nelle slot-machine – un pietoso sotterfugio per ottenere i servizi gratuiti dei camerieri del posto. Ci sentivamo giovani e belle, eterne e innamorate della vita. E ad un tratto, i vecchietti comiciarono a ritirarsi nelle loro stanze, lasciando a noi giovani il mondo luccicante e tintinnante. Una vecchietta sorridente, prima di incamminasi faticosamente verso l’ascensore, ci indico’ la sua slot fortunata. Ed io ebbi un’epifania. Ecco la lezione che dovevamo imparare: il ricco bottino di limoni e ciliegie e forzieri girava vorticoso davanti ai nostri occhi inebriati. Riconobbi il paradiso terrestre, ed io ero tra gli eletti. I saggi non avevano piu’ nulla da insegnare, e ci donavano il loro tesoro. Noi, fanciulli dell’Eden, aprivamo i nostri cuori alla vita: avremmo tentato la fortuna, avremmo bevuto whiskey e ambrosia, avremmo trovato l’amore. Il croupier chiamo’ il numero 0. Era l’alba dell’uomo, ed io ero ubriaca fradicia.

E fu in quel momento perfetto che riconobbi Alec. Mentre cercavo di afferrare la maniglia della slot machine che continuava a sfuggirmi, ecco di fronte a me presentarsi quest’uomo alto, bello e sorridente. Era un amico d’infanzia del marito di Francesca e mi porge un bicchiere di assenzio di dubbia provenienenza. Alec ed io ci guardammo negli occhi per un lungo istante, e ci sorridemmo. Parlammo e ridemmo per tutta la notte, corremmo per i corridoi moquettati del casino e finimmo a guardare l’alba in silenzio, in riva all’oceano. Ci scambiammo confidenze e segreti presto dimenticate, scoprimmo di essere uguali in tutto, e diversi e interessantissimi in tutto il resto. E non successe nulla, come nelle migliori storie d’amore. Sapevamo fin troppo bene che cosa volevano dire tutte le storie e le idee che avevamo in comune, tutte le rivelazioni che Atlantic City ci aveva regalato: eravamo fatti l’uno per l’altra e uno dei due, prima o poi, avrebbe dovuto capire come ottenere un permesso di soggiorno.

2 commenti:

damiana ha detto...

noto con piacere come anche mia sorella abbia trovato l'uomo della sua vita sotto i fumi dell'alcool!
che ci sia qualcosa nel gene? o forse è il sangue veneto? comunque sia viva l'amooore!

lajules ha detto...

Ritrovarsi in America dopo una vita a sognare l'Inghilterra e' ovviamente colpa di chi mi innaffio' di bourbon dal primo momento. Aggiungici anche sushi e i granchi del Maryland e capirai come Alec mi abbia inguaiato senza che io me ne potessi accorgere.

Pero' la fiorentina e la pizza di Napoli Alec ancora se le sogna: chissa' che alla fine non si torni in Italia...
Viva l'amooooore!