DI LAJULES
Sono tornata da pochi giorni da una splendida vacanza italiana in compagnia totale dei miei cari (sempre numerosi, sempre in formissima!) e sono tanti i momenti che vorrei ricordare per sempre. Come sapete, però, la sede della mia memoria non si trova nel cervello, ma nello stomaco--un fatto interessante per i voi lettori ma anche un'anomalia anatomica che è tutt'ora oggetto di studio in più di un continente. Ecco quindi tre ricordi speciali che voglio condividere con voi, archiviati dal mio stomaco nella sezione, "Vassoi".
1. PASTE
Mi sono resa conto ormai da qualche anno che la pasticceria italiana è uno degli ultimi baluardi dell'artigianato italiano. Le pasticcerie vantano quasi sempre il loro forno e i loro prodotti sono sempre freschissimi. Le pasticcerie venete, come potete vedere dalla foto, sono ispirate per lo più dalla dolciaria francese, con l'impiego smodato di pasta sfoglia, crema pasticcera e crema chantilly. Prossimamente realizzerò un post tutto dedicato a queste prelibatezze.
2. TRAMEZZINI
Mi sembra di aver capito che i tramezzini sono generalmente disprezzati in Italia perché unti o secchissimi o generalmente orripilanti. A Mestre, invece, i tramezzini sono amatissimi perché sono sempre freschissimi, morbidissimi e ricchi di splendida maionese. Andate al Bar Perla o a quello in galleria vicino Piazza Ferretto (il mio preferito), ordinate un "asparagi e uova" e capirete di cosa parlo. FELICITÀ. Ecco a voi quindi uno dei miei pranzi preferiti condivisi con mia madre, mia sorella e Alec. Tra le specialità prescelte: prosciutto e uova, prosciutto e funghi, asparagi e uova, porchetta, tonno e olive, pomodoro e mozzarella, pancetta e uova, ecc.
3. CANNOLI SICILIANI
Questi arrivavano direttamente da Caltanissetta grazie a mio padre, il quale ha ricevuto minacce di tipo mafioso dalla sottoscritta in caso avesse deciso di non portarli. Il vassoio in questione è stato ripulito in 3 minuti secchi. Ho trovato dei buoni cannoli siciliani in giro per l'Italia, ma in Sicilia sono sempre creazioni da un altro pianeta.
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03 gennaio 2012
27 dicembre 2011
UN'ALTRA FETTA E POI BASTA: PANETTONE FIOR FIORE DELLA COOP
Sono ormai agli sgoccioli della mia vacanza italiana e mi preparo all'ultimo pranzo in famiglia con un apparato digerente fiaccato e inacidito come non mai. Diciamo solo che, negli ultimi 3 giorni, avrò tranquillamente ingerito il mio peso in besciamella. A dispetto della nausea da cibo che mi pervade e dei miei rinnovati intenti vegani, esiste ancora spazio nel mio cuore e forse anche nel mio stomaco per un'ultima fetta di panettone. In particolare, la fetta da me agognata è quella del panettone della linea Fior Fiore della Coop all'arancia candita e al cioccolato fondente.
Di solito disdegno i panettoni (e i pandori e le colombe) non-tradizionali, ma per questa variante sono dovuta scendere dal mio podio gastro-reazionario. Il panettone Fior Fiore con me ha avuto facile successo fin dal primo momento che lo avvistai sugli scaffali della mia Coop di quartiere: esistono infatti pochi abbinamenti che mi delizino maggiormente di arancia e cioccolato. Potrei probabilmente ingurgitare il contenuto di un posacenere lasciato in spiaggia in una notte piovosa se contenesse anche questi magici ingredienti. Se poi l'arancia in questione è candita, allora non posso proprio tirarmi indietro. Questo panettone diventa subito il mio personale imperativo categorico.
A coloro che non avessero ancora provato il panettone Fior Fiore, consiglio quindi di scapicollarsi immediatemente a comprarne uno alla Coop prima che sia troppo tardi e inizi il Carnevale con la sua vagonata di meraviglie dolciarie. Per quelli che poi non amano i canditi, non sperate di trovare simpatia in Dead Chef. Per quanto mi riguarda, preferire un panettone alle semplici uvette è da vigliacchi.
Nota: Questo post è del tutto spontaneo e quindi non motivato o finanziato dalla Coop o altri. Certo, se Mr. Coop volesse mandarmi un paio di panettoni per ringraziarmi, sarò felice di rimandare i miei buoni propositi di dieta a tempo indeterminato.
Di solito disdegno i panettoni (e i pandori e le colombe) non-tradizionali, ma per questa variante sono dovuta scendere dal mio podio gastro-reazionario. Il panettone Fior Fiore con me ha avuto facile successo fin dal primo momento che lo avvistai sugli scaffali della mia Coop di quartiere: esistono infatti pochi abbinamenti che mi delizino maggiormente di arancia e cioccolato. Potrei probabilmente ingurgitare il contenuto di un posacenere lasciato in spiaggia in una notte piovosa se contenesse anche questi magici ingredienti. Se poi l'arancia in questione è candita, allora non posso proprio tirarmi indietro. Questo panettone diventa subito il mio personale imperativo categorico.
A coloro che non avessero ancora provato il panettone Fior Fiore, consiglio quindi di scapicollarsi immediatemente a comprarne uno alla Coop prima che sia troppo tardi e inizi il Carnevale con la sua vagonata di meraviglie dolciarie. Per quelli che poi non amano i canditi, non sperate di trovare simpatia in Dead Chef. Per quanto mi riguarda, preferire un panettone alle semplici uvette è da vigliacchi.
Nota: Questo post è del tutto spontaneo e quindi non motivato o finanziato dalla Coop o altri. Certo, se Mr. Coop volesse mandarmi un paio di panettoni per ringraziarmi, sarò felice di rimandare i miei buoni propositi di dieta a tempo indeterminato.
08 aprile 2008
A CACCIA DI PENNUTI
DI LAJULES
Sono arrivata in Italia la settimana scorsa per una lunga, e a mio parere meritata, vacanza. Dato il peso del fortissimo euro, Alec ed io ci siamo impegnati a riconsiderare qualsiasi acquisto. Addio scarpe e maglioni, addio pranzetti a Venezia, benvenuti cicchetti e gelati e, soprattutto, inviti a cena.
I due primi inviti, da parte prima di mia sorella e mio cognato e poi di mio padre, hanno previsto cene a base di oca e di anatra. L’oca in onto e’ infatti una specialita della campagna veneta per cui tutte le parti dell’oca vengono cotte lentamente in una pentola di terracotta insieme a olio, rosmarino, sale e pepe. La ricetta originale prevedeva che l’oca, prima di essere cotta, venisse sgrassata e messa sotto sale. Questo procedimento consentiva di conservare la carne fino a due anni. L’oca in onto e’ oggi un presidio slow food (piu’ slow di cosi’!) ed io ho potuto assaggiare questa versione in un bel ristorantino vicino a Vittorio Veneto chiamato [lo devo chiedere a mia sorella]. Insieme all’oca in onto, sono state servite pappardelle al ragu’ d’oca, crespelle con gli sciopeti (o strigoli, o carletti, Cat aiutaci tu!), maiale e gallina arrosto, oca arrosto, e per finire i buonissimi e tipicissimi biscotti alla farina di mais che si chiamano, proprio per il loro colore giallo, zaleti.
Un’altra specialita’ veneta, e in particolare trevigiana, e’ l’anatra, ed Alec ed io abbiamo potuto consumare pappardelle al ragu’ d’anatra ed anatra arrosto accompagnata da patatine arrosto e carciofi gratinati in un bel ristorantino chiamato [devo chiedere a mio padre], a due passi da Piazza dei Signori a Treviso.
Come avrete capito, dopo il miserabile fallimento della mia colomba fatta in casa, mi sono data alla caccia del pennuto, specialmente se gia’ preparato in antiche ricette regionali. La mia vendetta contro i volatili deve essere consumata, e non esiste luogo migliore del Veneto per portare avanti il mio malefico piano. Se trovero’ la polenta e osei che ormai non si trova piu’ da nessuna parte, mi lancero’ anche su quella.
Sono arrivata in Italia la settimana scorsa per una lunga, e a mio parere meritata, vacanza. Dato il peso del fortissimo euro, Alec ed io ci siamo impegnati a riconsiderare qualsiasi acquisto. Addio scarpe e maglioni, addio pranzetti a Venezia, benvenuti cicchetti e gelati e, soprattutto, inviti a cena.I due primi inviti, da parte prima di mia sorella e mio cognato e poi di mio padre, hanno previsto cene a base di oca e di anatra. L’oca in onto e’ infatti una specialita della campagna veneta per cui tutte le parti dell’oca vengono cotte lentamente in una pentola di terracotta insieme a olio, rosmarino, sale e pepe. La ricetta originale prevedeva che l’oca, prima di essere cotta, venisse sgrassata e messa sotto sale. Questo procedimento consentiva di conservare la carne fino a due anni. L’oca in onto e’ oggi un presidio slow food (piu’ slow di cosi’!) ed io ho potuto assaggiare questa versione in un bel ristorantino vicino a Vittorio Veneto chiamato [lo devo chiedere a mia sorella]. Insieme all’oca in onto, sono state servite pappardelle al ragu’ d’oca, crespelle con gli sciopeti (o strigoli, o carletti, Cat aiutaci tu!), maiale e gallina arrosto, oca arrosto, e per finire i buonissimi e tipicissimi biscotti alla farina di mais che si chiamano, proprio per il loro colore giallo, zaleti.
Un’altra specialita’ veneta, e in particolare trevigiana, e’ l’anatra, ed Alec ed io abbiamo potuto consumare pappardelle al ragu’ d’anatra ed anatra arrosto accompagnata da patatine arrosto e carciofi gratinati in un bel ristorantino chiamato [devo chiedere a mio padre], a due passi da Piazza dei Signori a Treviso.
Come avrete capito, dopo il miserabile fallimento della mia colomba fatta in casa, mi sono data alla caccia del pennuto, specialmente se gia’ preparato in antiche ricette regionali. La mia vendetta contro i volatili deve essere consumata, e non esiste luogo migliore del Veneto per portare avanti il mio malefico piano. Se trovero’ la polenta e osei che ormai non si trova piu’ da nessuna parte, mi lancero’ anche su quella.
06 marzo 2008
I PERICOLI DI UN GIRO IN VESPA
DI LAJULES
Grazie ad una lettera aperta sul Triclinio della Mamma in Corriera, scopro solo oggi* che Vespa e i suoi ospiti si sono scagliati contro il mondo dei blog, descritto come porta sulla depravazione e sulla criminalità. Una bionda psicologa dalla camicetta trasparente racconta per ben due volte come “i giovani” passino dallo scrivere pensierini sui loro blog a formare giri di prostituzione. Lo psicologo brizzolato e onnipresente in RAI di cui cerco di non imparare il nome, si lancia nella solita spiegazione arraffazzonata del problema della visiblità. Viene intervistato anche il padre di Raffaele Sollecito, e la discussione prosegue su toni sempre più allarmati: “Ma chi sono i nostri figli?”
Io non voglio difendere i blog come baluardo di libera espressione dell’individuo. In ogni racconto che facciamo di noi stessi, esistono bugie e compromessi. Lajules è molto più coraggiosa e famelica della immigrata neurotica che l’ha creata, ma posso difendermi dicendo che la maggior parte delle autobiografie, a cominciare da Rousseau, cadono nelle stesse trappole.
Non voglio nemmeno ignorare che mettere la propria faccia e il proprio nome su Internet non abbia rischi. Non mi dilungo su questi, pero’: chi vive in America avrà sicuramente visto la trasmissione To Catch a Predator, e chi vive in Italia avrà sicuramente guardato Porta a Porta o altre trasmissioni di cronaca nera.
Quello che sfugge a chi demonizza i blog è che i blog non sono la causa del crimine, ma solo un possibile strumento. I bambini che oggi crescono tra quattro mura, controllatissimi dai propri genitori, fino a qualche tempo fa erano liberi di scorrazzare per la città e la campagna in perfetta solitudine. I pericoli erano gli stessi, e gli abusi sessuali e la prostituzione esistevano allora come esistono adesso, solo che se ne parlava meno. L’unico pericolo veramente nuovo sembra essere quello di essere investito da un SUV.
I genitori di una volta insegnavano ai propri figli ad essere onesti e responsabili, rispettare le regole di casa, e non parlare agli sconosciuti. I genitori di oggi insegnano le stesse cose, e le adattano agli inevitabili avanzamenti tecnologici. Insegneranno quindi a non dare troppe informazioni personali e di fare molta attenzione ad incontrare di persona personaggi incontrati su Internet. Riguardo poi alla prostituzione, chiamata a ragione “l’arte più antica del mondo”, quella chiama in causa il rispetto di sè, che è un’altra questione.
“Chi sono i nostri figli?” è l’unica domanda legittima avanzata da Vespa, ma è una domanda antica. Se la chiesero i miei nonni quando mia madre indossava le sue minigonne ed andava in piazza a protestare. Se lo saranno chiesto i miei genitori quando io e mia sorella, adolescenti, ascoltavamo heavy metal e prog, uscivamo con amici tatuatissimi, e ci vestivamo come dei boscaioli canadesi (ahhh… il grunge!). “Chi sono i nostri figli?” è una domanda importante, ma lasciatelo dire da figlia che ha avuto tantissima libertà e eppure non si è mai trasformata in una prostituta tossicodipendente: per chi la vuole ascoltare, una risposta a questa domanda c’è.
In conclusione, voglio tornare a Vespa. Se guardate il video postato dalla Mamma in Corriera, sentirete Vespa ammettere più volte di essere vecchio di “secoli”. Un’ammissione curiosa e rivelatrice che dovrebbe farci riflettere… Ma vi lascio qui, che so che queste riflessioni le sapete fare benissimo da soli.
*Scusate il ritardo sulla questione, ma sto evitando di leggere i giornali italiani per risparmiarmi la solita gastrite psicosomatica.
Grazie ad una lettera aperta sul Triclinio della Mamma in Corriera, scopro solo oggi* che Vespa e i suoi ospiti si sono scagliati contro il mondo dei blog, descritto come porta sulla depravazione e sulla criminalità. Una bionda psicologa dalla camicetta trasparente racconta per ben due volte come “i giovani” passino dallo scrivere pensierini sui loro blog a formare giri di prostituzione. Lo psicologo brizzolato e onnipresente in RAI di cui cerco di non imparare il nome, si lancia nella solita spiegazione arraffazzonata del problema della visiblità. Viene intervistato anche il padre di Raffaele Sollecito, e la discussione prosegue su toni sempre più allarmati: “Ma chi sono i nostri figli?”
(da: www.ilovemybaby.org)
Io non voglio difendere i blog come baluardo di libera espressione dell’individuo. In ogni racconto che facciamo di noi stessi, esistono bugie e compromessi. Lajules è molto più coraggiosa e famelica della immigrata neurotica che l’ha creata, ma posso difendermi dicendo che la maggior parte delle autobiografie, a cominciare da Rousseau, cadono nelle stesse trappole.
Non voglio nemmeno ignorare che mettere la propria faccia e il proprio nome su Internet non abbia rischi. Non mi dilungo su questi, pero’: chi vive in America avrà sicuramente visto la trasmissione To Catch a Predator, e chi vive in Italia avrà sicuramente guardato Porta a Porta o altre trasmissioni di cronaca nera.
Quello che sfugge a chi demonizza i blog è che i blog non sono la causa del crimine, ma solo un possibile strumento. I bambini che oggi crescono tra quattro mura, controllatissimi dai propri genitori, fino a qualche tempo fa erano liberi di scorrazzare per la città e la campagna in perfetta solitudine. I pericoli erano gli stessi, e gli abusi sessuali e la prostituzione esistevano allora come esistono adesso, solo che se ne parlava meno. L’unico pericolo veramente nuovo sembra essere quello di essere investito da un SUV.
I genitori di una volta insegnavano ai propri figli ad essere onesti e responsabili, rispettare le regole di casa, e non parlare agli sconosciuti. I genitori di oggi insegnano le stesse cose, e le adattano agli inevitabili avanzamenti tecnologici. Insegneranno quindi a non dare troppe informazioni personali e di fare molta attenzione ad incontrare di persona personaggi incontrati su Internet. Riguardo poi alla prostituzione, chiamata a ragione “l’arte più antica del mondo”, quella chiama in causa il rispetto di sè, che è un’altra questione.
“Chi sono i nostri figli?” è l’unica domanda legittima avanzata da Vespa, ma è una domanda antica. Se la chiesero i miei nonni quando mia madre indossava le sue minigonne ed andava in piazza a protestare. Se lo saranno chiesto i miei genitori quando io e mia sorella, adolescenti, ascoltavamo heavy metal e prog, uscivamo con amici tatuatissimi, e ci vestivamo come dei boscaioli canadesi (ahhh… il grunge!). “Chi sono i nostri figli?” è una domanda importante, ma lasciatelo dire da figlia che ha avuto tantissima libertà e eppure non si è mai trasformata in una prostituta tossicodipendente: per chi la vuole ascoltare, una risposta a questa domanda c’è.
In conclusione, voglio tornare a Vespa. Se guardate il video postato dalla Mamma in Corriera, sentirete Vespa ammettere più volte di essere vecchio di “secoli”. Un’ammissione curiosa e rivelatrice che dovrebbe farci riflettere… Ma vi lascio qui, che so che queste riflessioni le sapete fare benissimo da soli.
*Scusate il ritardo sulla questione, ma sto evitando di leggere i giornali italiani per risparmiarmi la solita gastrite psicosomatica.
04 novembre 2007
L'AMICO FRRITZ
DI LAJULES
La mia passione smodata per il cibo e’ paragonabile solo a quella per il viaggio, ahime’ molto piu’ costoso (sebbene anche molto piu’ digeribile). Nelle mie peregrinazioni attraverso tre continenti, mi sono sforzata di capire cose mi rendesse italiana e cosa invece mi accumunasse con gli abitanti del paese che visitavo. Ho scoperto un’affinita’ con l’umorismo e la riservatezza inglese, l’ospitalita’ tedesca, la cucina familiare cinese, la megalomania/insicurezza americane, e il senso di amicizia spagnolo. Mi sono sentita una vera estranea in pochi posti, precisamente l’Olanda, il Belgio, e l’Alto Adige.

Certo, l’Alto Adige e’ parte della nostra cara Italia, eppure voglio includerlo nella mia lista di paesi stranieri per motivi che elenchero’ dopo quest’altra premessa. Premetto che la mia faglia ed io abbiamo trascorso numerose estati dei primissimi anni ’80 nella deliziosa localita’ di San Candido o Innichen, “al centro del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto, meta ideale per famiglie, circondata da imponenti vette alpine, profondi laghi palustri e bizzarri massicci dolomitici, le cui cime sono già da secoli oggetto di miti e leggende.”* Di quelle estati ricordo con commozione i paesaggi montani mozzafiato, il suono carissimo dei battocchi, i gattini dei nostri padroni di casa, e le innumerevoli ricette a base di burro, formaggio, selvaggina e funghi che mi hanno aperto gli occhi e lo stomaco sulla gastronomia locale.
Ogni mattina mia sorella ed io ci imbottivamo di krapfen alla crema, e nelle gite ai rifugi banchettavamo a formaggio fuso, carne di capriolo con pere e marmellata di ribes, risotti ai porcini, Wiener Schnitzel con patatine fritte, canederli allo speck, pane nero e burro, burro, burro. Nelle nostre gite nei boschi a raccogliere funghi (vestite di tutto punto con calzettoni di lana, braghe alla zuava e camicetta a fiori), piluccavamo mirtilli, lamponi e dolcissime fragoline di bosco.
Sono tornata a San Candido il mese scorso, per mostrare ad Alec che ci sono altre bellezze naturali in Italia a parte quelle della sottoscritta. Con noi c’erano anche mia sorella e il mio caro amico PSK, anch’egli amante e conoscitore delle Dolomiti dalla piu’ tenera eta’. San Candido non e’ cambiata affatto, se non per la vecchia latteria con il poster di Messner che adesso ha chiuso. Mi sono pero’ finalmente resa conto di quanto fossi diversa da questi sudtirolesi, e presto sono stata assalita dal familiare senso di inadeguatezza da italianazza in vacanza. Non ne combinavamo una giusta: cercavamo di ordinare dal menu a casaccio quando da quelle parti prima si ordinano tutti i primi e poi tutti i secondi; dimenticavamo la luce accessa nella stanza d’albergo; pretendavamo di far colazione alle nove e mezza del mattino, pranzare all’una e mezza e cenare alle nove. Grazie alla nostra ignoranza, ci siamo beccati varie occhiatacce, qualche rimprovero, un divieto d’accesso al bagno del Drau Bar, una pizza da consumare in 40 minuti (e sotto le solite occhiatacce) e vaghissime e volutamente erronee indicazioni per acquistare formaggi di malga da un fantomatico ed introvabile “Frritz.”
Eppure con ogni fallimento l’Alto Adige ci offriva prelibatezze a cui non potevamo resistere. Ogni porzione dei loro cibi sopraffini corrisponde infatti a quattro porzioni nel resto d’Italia. In un ristorante di Sesto ci siamo abboffati quasi a morte di speck e salame di cervo, ravioli alle erbe affogati nel burro e ricoperti di speck sfrittariello, stinchi di maiale, salsicce taglia 41, polenta ricoperta di formaggio fuso e due mestolate a testa di funghi porcini. E’ stata la prima volta nella mia vita italiana che ho richiesto una vaschetta per portare via gli avanzi (altra occhiataccia, ma il pranzo del giorno dopo ha fatto passare ogni imbarazzo).
L’unica isola di comprensione ed accoglienza l’abbiamo trovata nella gelateria da Tassilo, a San Candido, dove ho riassaporato un’altra mia passione d’infanzia: il gelato alla crema con lamponi caldi. Il signor Tassilo ci ha sorriso e ci ha servito con garbo, e nella sua gelateria abbiamo trovato un rifugio dalle nazionalita’ e dai nazionalismi. Quando si mangia una coppa gelato di sabato pomeriggio, non si puo’ fare a meno di tornare bambini e concentrarsi solo sui riccioli di panna montata e sul wafer appoggiato sul piattino.
E voi dove andavate in vacanza da bambini? E che vi mangiavate?
*Dal sito www.innichen.it.
La mia passione smodata per il cibo e’ paragonabile solo a quella per il viaggio, ahime’ molto piu’ costoso (sebbene anche molto piu’ digeribile). Nelle mie peregrinazioni attraverso tre continenti, mi sono sforzata di capire cose mi rendesse italiana e cosa invece mi accumunasse con gli abitanti del paese che visitavo. Ho scoperto un’affinita’ con l’umorismo e la riservatezza inglese, l’ospitalita’ tedesca, la cucina familiare cinese, la megalomania/insicurezza americane, e il senso di amicizia spagnolo. Mi sono sentita una vera estranea in pochi posti, precisamente l’Olanda, il Belgio, e l’Alto Adige.
Certo, l’Alto Adige e’ parte della nostra cara Italia, eppure voglio includerlo nella mia lista di paesi stranieri per motivi che elenchero’ dopo quest’altra premessa. Premetto che la mia faglia ed io abbiamo trascorso numerose estati dei primissimi anni ’80 nella deliziosa localita’ di San Candido o Innichen, “al centro del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto, meta ideale per famiglie, circondata da imponenti vette alpine, profondi laghi palustri e bizzarri massicci dolomitici, le cui cime sono già da secoli oggetto di miti e leggende.”* Di quelle estati ricordo con commozione i paesaggi montani mozzafiato, il suono carissimo dei battocchi, i gattini dei nostri padroni di casa, e le innumerevoli ricette a base di burro, formaggio, selvaggina e funghi che mi hanno aperto gli occhi e lo stomaco sulla gastronomia locale.
Ogni mattina mia sorella ed io ci imbottivamo di krapfen alla crema, e nelle gite ai rifugi banchettavamo a formaggio fuso, carne di capriolo con pere e marmellata di ribes, risotti ai porcini, Wiener Schnitzel con patatine fritte, canederli allo speck, pane nero e burro, burro, burro. Nelle nostre gite nei boschi a raccogliere funghi (vestite di tutto punto con calzettoni di lana, braghe alla zuava e camicetta a fiori), piluccavamo mirtilli, lamponi e dolcissime fragoline di bosco.
Sono tornata a San Candido il mese scorso, per mostrare ad Alec che ci sono altre bellezze naturali in Italia a parte quelle della sottoscritta. Con noi c’erano anche mia sorella e il mio caro amico PSK, anch’egli amante e conoscitore delle Dolomiti dalla piu’ tenera eta’. San Candido non e’ cambiata affatto, se non per la vecchia latteria con il poster di Messner che adesso ha chiuso. Mi sono pero’ finalmente resa conto di quanto fossi diversa da questi sudtirolesi, e presto sono stata assalita dal familiare senso di inadeguatezza da italianazza in vacanza. Non ne combinavamo una giusta: cercavamo di ordinare dal menu a casaccio quando da quelle parti prima si ordinano tutti i primi e poi tutti i secondi; dimenticavamo la luce accessa nella stanza d’albergo; pretendavamo di far colazione alle nove e mezza del mattino, pranzare all’una e mezza e cenare alle nove. Grazie alla nostra ignoranza, ci siamo beccati varie occhiatacce, qualche rimprovero, un divieto d’accesso al bagno del Drau Bar, una pizza da consumare in 40 minuti (e sotto le solite occhiatacce) e vaghissime e volutamente erronee indicazioni per acquistare formaggi di malga da un fantomatico ed introvabile “Frritz.”
E voi dove andavate in vacanza da bambini? E che vi mangiavate?
*Dal sito www.innichen.it.
13 ottobre 2007
Carnassa
DI LAJULES
Rieccomi a voi, cari lettori di Dead Chef (c'e' nessuno?). La vostra Lajules e' viva e vegeta, e come avete letto nel post precedente e nella didascalia del Fotoclick di Ottobre, ha anche trovato il tempo di festeggiare il suo compleanno. Mi perdonino coloro che sentono questa battuta per la diciottesima volta: Ho fatto 30, e ora ho fatto 31!
Le ragioni della mia assenza sono semplici: il lavoro ha assorbito le mie giornate nella loro interezza cosi' come ha scacciato qualsiasi afflato di creativita' mi trovo dopo 15 anni di sbronze e attacchi di panico. Questi ultimi sono stati mesi disperati e dickensiani che potevano sfociare del dostoevskyano facilmente (di sicuro sono passata per Kafka e Camus e solo adesso mi sto godendo un ciccinino di Jane Austen). Il miglioramento del mio umore e il mio ritorno tra queste pagine virtuali e' dovuto ad una bella, lunga e meritata vacanza italiana tra le braccia dei miei cari. Sono tornata lunedi scorso e mi sento una donna nuova.
L'unica parte di me che non si sente energizzata e benedetta e', ovviamente, l'apparato digerente, fiaccato giornalmente dalle proposte illecite dei miei amici e familiari e dal mio adoratissimo consorte. Tra mozzarelle in carrozza, paste alla gricia, cannoli siciliani, cappuccini e brioches, speck, pizze viennesi,* salsicce tirolesi e formaggio grigliato, strudel e gelato ai lamponi caldi, costate e fiorentine e vari barbecue sono tornata in America con vaghi intenti vegani e un guardaroba improvvisamente fasciantissimo.
Una fiorentina da un chilo e mezzo.Ecco cosa avevo nello stomaco durante
la traversata Venezia-Washington. Quando volo mi piace restare sul leggero.
Presto vi parlero' di tutte queste delicatezze, e in particolare della cucina sud-tirolese che mi rubo' il cuore tanto tempo fa e che quasi me lo fermo' la settimana scorsa.
Per il momento, lasciatemi ritrovare la mia postazione qui nella cucina di Dead Chef. E mentre affilo i coltelli e preparo la mia linea, vi prego di farmi sapere: lettori, come state?
*Per chi non conosca questa perla di orrore, la pizza viennese e' la pizza coi wurstel, o, come dice Frannisia, "coi bbiustel." La pizza viennese va preferibilmente consumata tra gli 11 e i 13 anni di eta' (la vostra, non della pizza).
Rieccomi a voi, cari lettori di Dead Chef (c'e' nessuno?). La vostra Lajules e' viva e vegeta, e come avete letto nel post precedente e nella didascalia del Fotoclick di Ottobre, ha anche trovato il tempo di festeggiare il suo compleanno. Mi perdonino coloro che sentono questa battuta per la diciottesima volta: Ho fatto 30, e ora ho fatto 31!
Le ragioni della mia assenza sono semplici: il lavoro ha assorbito le mie giornate nella loro interezza cosi' come ha scacciato qualsiasi afflato di creativita' mi trovo dopo 15 anni di sbronze e attacchi di panico. Questi ultimi sono stati mesi disperati e dickensiani che potevano sfociare del dostoevskyano facilmente (di sicuro sono passata per Kafka e Camus e solo adesso mi sto godendo un ciccinino di Jane Austen). Il miglioramento del mio umore e il mio ritorno tra queste pagine virtuali e' dovuto ad una bella, lunga e meritata vacanza italiana tra le braccia dei miei cari. Sono tornata lunedi scorso e mi sento una donna nuova.
L'unica parte di me che non si sente energizzata e benedetta e', ovviamente, l'apparato digerente, fiaccato giornalmente dalle proposte illecite dei miei amici e familiari e dal mio adoratissimo consorte. Tra mozzarelle in carrozza, paste alla gricia, cannoli siciliani, cappuccini e brioches, speck, pizze viennesi,* salsicce tirolesi e formaggio grigliato, strudel e gelato ai lamponi caldi, costate e fiorentine e vari barbecue sono tornata in America con vaghi intenti vegani e un guardaroba improvvisamente fasciantissimo.
la traversata Venezia-Washington. Quando volo mi piace restare sul leggero.
Presto vi parlero' di tutte queste delicatezze, e in particolare della cucina sud-tirolese che mi rubo' il cuore tanto tempo fa e che quasi me lo fermo' la settimana scorsa.
Per il momento, lasciatemi ritrovare la mia postazione qui nella cucina di Dead Chef. E mentre affilo i coltelli e preparo la mia linea, vi prego di farmi sapere: lettori, come state?
*Per chi non conosca questa perla di orrore, la pizza viennese e' la pizza coi wurstel, o, come dice Frannisia, "coi bbiustel." La pizza viennese va preferibilmente consumata tra gli 11 e i 13 anni di eta' (la vostra, non della pizza).
25 giugno 2007
Al Bivio dell’ Aglio
DI LAJULES
Cosa distingue l’italiano da tutti gli altri abitanti della terra?
Qualsiasi italiano messo a cavalcioni di una frontiera dello Stivale, non può resitere dal guardare alla patria e sbraitare, “Italia di merda!” e poi girarsi verso il paese straniero e singhiozzare “Italia mi manchi!”
Proprio così: l’italiano si distingue per la sua dualità emotiva ed intellettuale che, miracolosamente, non gli crea mai problemi. Bionde e brune, moglie e amanti, vino bianco e vino rosso, destra e sinistra, Nord e Sud, mare e montagna, primo e secondo, carne e pesce, panettone e pandoro, cono e coppetta, boxer o slippini, De Sica padre e De Sica figlio: ecco una manciata di esempi dei conflitti che un italiano risolve senza neanche pensarci tutti i giorni della sua vita. Nel doppio risiede la vera anima italiana per cui tutto è verità e falsità allo stesso tempo.
Qualche giorno fa ho letto un articolo che riportava uno strano caso di un dilemma nonrisolto. Carlo Rossella, direttore del TG5 grazie ad una liposuzione mirata a snellire la silouhette dei suoi lobi occipitali, non digerisce l’aglio e vuole che “deaglizzare” i ristoranti italiani. Rossella dice di evitare l’aglio “come un vampiro.” Afferma anche, di venire usato come “annusatore dai suoi amici.” Questa rivelazione del quotidiano Il Corriere, il giornale di chi non ha più niente per cui vivere, mi ha lasciato l’amaro in bocca e mi ritrovo anche quest’anno a chiedere al vento, “Ma che razza di essere umano è questo Carlo Rossella?”
Ebbene, è almeno mezz’ora che penso a questa situazione, e credo che l’atteggiamento di Rossella sia profondamente anti-italiano. L’aglio va amato e temuto, usato e trattenuto, mangiato crudo per riconnettersi al gusto della terra ma anche arrostito intero per domarne la combattiva indole. Insomma, c’è una bella dualità nell’aglio cui gli italiani non possono rinunciare. Siamo gli unici forse a saper usare l’aglio con rispetto e intelligenza: l’italiano evita con attenti slalom gastronomici di rovinare una serata romantica ma mai si tratterrebbe da strofinare qualche spicchio su del pane caldo quando si trova in compagnia. Ma come fa Carlo Rossella a non capire questo concetto fondamentale? Quale pochezza, quale assenza di fantasia dimostra in questa infantile presa di posizione!
Aglio o non aglio? Il problema non sussiste: a volte è perfetto, altre volte non c’entra niente. Gli italiani lo sanno, e spero tireranno un profumato sospiro di sollievo quando anche questa polemica inutile sara’ bella che digerita.
Cosa distingue l’italiano da tutti gli altri abitanti della terra?Qualsiasi italiano messo a cavalcioni di una frontiera dello Stivale, non può resitere dal guardare alla patria e sbraitare, “Italia di merda!” e poi girarsi verso il paese straniero e singhiozzare “Italia mi manchi!”
Proprio così: l’italiano si distingue per la sua dualità emotiva ed intellettuale che, miracolosamente, non gli crea mai problemi. Bionde e brune, moglie e amanti, vino bianco e vino rosso, destra e sinistra, Nord e Sud, mare e montagna, primo e secondo, carne e pesce, panettone e pandoro, cono e coppetta, boxer o slippini, De Sica padre e De Sica figlio: ecco una manciata di esempi dei conflitti che un italiano risolve senza neanche pensarci tutti i giorni della sua vita. Nel doppio risiede la vera anima italiana per cui tutto è verità e falsità allo stesso tempo.
Qualche giorno fa ho letto un articolo che riportava uno strano caso di un dilemma nonrisolto. Carlo Rossella, direttore del TG5 grazie ad una liposuzione mirata a snellire la silouhette dei suoi lobi occipitali, non digerisce l’aglio e vuole che “deaglizzare” i ristoranti italiani. Rossella dice di evitare l’aglio “come un vampiro.” Afferma anche, di venire usato come “annusatore dai suoi amici.” Questa rivelazione del quotidiano Il Corriere, il giornale di chi non ha più niente per cui vivere, mi ha lasciato l’amaro in bocca e mi ritrovo anche quest’anno a chiedere al vento, “Ma che razza di essere umano è questo Carlo Rossella?”
Ebbene, è almeno mezz’ora che penso a questa situazione, e credo che l’atteggiamento di Rossella sia profondamente anti-italiano. L’aglio va amato e temuto, usato e trattenuto, mangiato crudo per riconnettersi al gusto della terra ma anche arrostito intero per domarne la combattiva indole. Insomma, c’è una bella dualità nell’aglio cui gli italiani non possono rinunciare. Siamo gli unici forse a saper usare l’aglio con rispetto e intelligenza: l’italiano evita con attenti slalom gastronomici di rovinare una serata romantica ma mai si tratterrebbe da strofinare qualche spicchio su del pane caldo quando si trova in compagnia. Ma come fa Carlo Rossella a non capire questo concetto fondamentale? Quale pochezza, quale assenza di fantasia dimostra in questa infantile presa di posizione!
Aglio o non aglio? Il problema non sussiste: a volte è perfetto, altre volte non c’entra niente. Gli italiani lo sanno, e spero tireranno un profumato sospiro di sollievo quando anche questa polemica inutile sara’ bella che digerita.
21 gennaio 2007
Il trionfo dei sabutambuli
Di Dr. NOVE
Buongiorno a tutti dalla verde cittadina del radicchio rosso. Quale ossimorico connubio, quale idillio per i politologi della cucina!
Sweet january, tempo di specialità gastronomiche e di trasformazioni, Piazza dei Signori si tramuta per qualche giorno in un campo terroso e umido ricoperto di preziosissimi germogli bianchi e rossi, i pregiati frutti della nostra padanissima terra di lavoratori dai sani principi. Il sindaco freme per l’inaugurazione e la benedizione dell’evento più culturale che la Marca Gioiosa conosca, è già da tempo che si rinvia perché a novembre il tentativo è fallito a causa delle piogge torrenziali… non si poteva brindare in piazza con quel tempaccio!
Cammino e mi guardo intorno…. È tutto così familiare ed estraneo allo stesso tempo, non riesco a partecipare con emozione al movimento che mi circonda, è come constatare nella cucina la presenza del mio vaso di pesci arancioni … così evitiamo i riferimenti partitici ok? Noi ormai in casa dobbiamo farlo. Avendo un componente schierato con il partito color Benetton non si può più nominare il colore emblema dei più disgustosi chef esperti nell’arte dello spezzatino di infanti.
Mi dirigo verso un’altra zona del centro dove so di poter incontrare un po’ di gente e di potermi concedere lo strappo alla regola gastronomico che bramo il resto della settimana. Oggi è sabato e il sabato è lo spritz day per eccellenza: litri e litri di prosecco si versano e si mescolano sapientemente con l’aperol e il campari dando vita al valzer dei sabutambuli, coloro che pur avendo trascorso un venerdì da draghi non rinunciano allo “scampo” in piazza per l’aperitivo accompagnato dai tradizionali cicchetti. Occhiaie ai piedi, visi pallidi e irrinunciabili occhiali scuri si aggirano per le osterie per consueto ritrovo degli eroi, coloro che in virtù dell’evento fine settimana danno sfogo ai più primordiali istinti senza obbligo di giustificazioni.
Uno dei luoghi prescelti è la piazza del mercato, al Bottegon. Un tempo era poco più di una bettola da vecchi ubriaconi, ora è il tempio della nuova guardia. Sempre ubriaconi ma giovini e vestiti da proto valletti e piccole star padroni del mondo e dei misteri della vita. Ma, tra la folla ecco apparire tavolacci di legno imbanditi con polpettine di carne e verdure, radicchio alla griglia con spiedini di patate al forno, fritturine miste e tartine di tutti i tipi accompagnati da caraffe e caraffe di spritz.
Devo dire che è bello in queste giornate d’inverno e di sole starsene fuori a chiacchierare con nettare di bacco in una mano e prelibatezze nell’altra: io ne vado matta salvo poi trovarmi con la gastrite fulminante ma come si dice, ogni cosa a suo tempo, e perciò finche ce n’è io ne approfitto posticipando il lamento di panza ad altro momento. E se va bene a me buono spritz con cicchetti a tutti…. Scusate la citazione, hem
Buongiorno a tutti dalla verde cittadina del radicchio rosso. Quale ossimorico connubio, quale idillio per i politologi della cucina!Sweet january, tempo di specialità gastronomiche e di trasformazioni, Piazza dei Signori si tramuta per qualche giorno in un campo terroso e umido ricoperto di preziosissimi germogli bianchi e rossi, i pregiati frutti della nostra padanissima terra di lavoratori dai sani principi. Il sindaco freme per l’inaugurazione e la benedizione dell’evento più culturale che la Marca Gioiosa conosca, è già da tempo che si rinvia perché a novembre il tentativo è fallito a causa delle piogge torrenziali… non si poteva brindare in piazza con quel tempaccio!
Cammino e mi guardo intorno…. È tutto così familiare ed estraneo allo stesso tempo, non riesco a partecipare con emozione al movimento che mi circonda, è come constatare nella cucina la presenza del mio vaso di pesci arancioni … così evitiamo i riferimenti partitici ok? Noi ormai in casa dobbiamo farlo. Avendo un componente schierato con il partito color Benetton non si può più nominare il colore emblema dei più disgustosi chef esperti nell’arte dello spezzatino di infanti.
Mi dirigo verso un’altra zona del centro dove so di poter incontrare un po’ di gente e di potermi concedere lo strappo alla regola gastronomico che bramo il resto della settimana. Oggi è sabato e il sabato è lo spritz day per eccellenza: litri e litri di prosecco si versano e si mescolano sapientemente con l’aperol e il campari dando vita al valzer dei sabutambuli, coloro che pur avendo trascorso un venerdì da draghi non rinunciano allo “scampo” in piazza per l’aperitivo accompagnato dai tradizionali cicchetti. Occhiaie ai piedi, visi pallidi e irrinunciabili occhiali scuri si aggirano per le osterie per consueto ritrovo degli eroi, coloro che in virtù dell’evento fine settimana danno sfogo ai più primordiali istinti senza obbligo di giustificazioni.
Uno dei luoghi prescelti è la piazza del mercato, al Bottegon. Un tempo era poco più di una bettola da vecchi ubriaconi, ora è il tempio della nuova guardia. Sempre ubriaconi ma giovini e vestiti da proto valletti e piccole star padroni del mondo e dei misteri della vita. Ma, tra la folla ecco apparire tavolacci di legno imbanditi con polpettine di carne e verdure, radicchio alla griglia con spiedini di patate al forno, fritturine miste e tartine di tutti i tipi accompagnati da caraffe e caraffe di spritz.
Devo dire che è bello in queste giornate d’inverno e di sole starsene fuori a chiacchierare con nettare di bacco in una mano e prelibatezze nell’altra: io ne vado matta salvo poi trovarmi con la gastrite fulminante ma come si dice, ogni cosa a suo tempo, e perciò finche ce n’è io ne approfitto posticipando il lamento di panza ad altro momento. E se va bene a me buono spritz con cicchetti a tutti…. Scusate la citazione, hem
16 gennaio 2007
AVANZI
DI LAJULES
Se non scrivo da quasi un mese è perché per le feste me ne sono tornata in Italia a rifocillarmi di tutto ciò che amo. Ritornata poi negli Stati Uniti, ho confrontato il mio squallido e inesorabile destino d’ufficio con il Carnevale continuo di spritz e cicchetti che avevo lasciato alle mie spalle. Dal 2 Gennaio, ho vagato in cappotto e ciabatte per le strade di Washington e Baltimora, sorseggiando del bourbon di pessima qualità e chiedendomi dove sia finita la mia spensieratezza.
Finalmente questo pomeriggio ho ceduto alla gastrite che mi logorava dal cenone di fine anno e mi sono ritrascinata a casa, dove Alec mi aspettava con una coperta pulita, una ciotola di zuppa, e una manciata di capsule antiacido.
Dopo un lungo bagno caldo e un buon sigaro cubano importato illegalmente, riguardai le fotografie delle mie vacanze adorate. Una sensazione di fastidio lentamente si insidiò tra i miei pensieri, come a competere con tutti e venti i polpastrelli sultanini.
I miei ricordi dorati contenevano una bugia, una trappola antica. Il cotechino e lo zampone con cui avevo posato in languide foto, e che avevo trangugiato tra mugolii e untuosi sorrisi il 31 Dicembre, non mi erano poi piaciuti così tanto. Anzi, se mi permettete, mi avevano fatto schifo.

Sgusciai dalla vasca con un salto (come sempre, perché mi piace il rischio) e mi gettai davanti al computer per riesaminare le immagini del mio cenone. Passai in rassegna le tartine, il baccalà mantecato, le lasagne e le lenticchie, ed ecco, finalmente, il piatto dell’orrore: uno zampone rigonfio e turgido che si stringeva contro un flaccido cotechino nudo come un verme.
Mi riassalì il ricordo di quei falsi organi di salame bollito che sgusciavano da un tascone di alluminio fumante preannunciati da una colata di grasso di ginocchia. Rividi chiaramente il cotechino che zompava sul piatto e quasi volava via sul tavolo. E riassaporai la glutinosa oscenità di quelle carni cartilaginose e chimiche, peccaminose e inutili.
“Ma a chi cacchio piace questa merda?” esclamai e poi di tradussi in inglese per il mio sposo. Alec mi accarezzò la testa in silenzio. Lui il cotechino quella sera l’aveva solo guardato da lontano.
Mi rinchisi allora in camera da letto per riflettere. Ricordai che tutti i miei ospiti avevano solo sbocconcellato zampone e cotechino, usando le cinque portate che li avevano preceduti come scusa per allontanarsi verso il balcone a fumarsi una sigaretta e aspettare pandoro e panettone.
“Questa e’ una tradizione che in fondo non piace a nessuno,” pensavo, “è un laido avanzo di una cultura ignorante e gretta, e io gli avanzi non li mangio.”
Andai in cucina e mi misi a cucinare per Alec: una pasta con le verdure e una caponata a sopresa da nascondere nel frigo per il giorno dopo. E mentre aspettavo che bollisse la pasta, andai a spegnere il computer e dove mi aspettava la foto tremenda e lucida del piatto forte del Capodanno italiano. Incrociai le braccia sul petto a sfida e sentii un brontolio sommesso salire dallo stomaco, mentre, inaspettatamente mi saliva l’acquolina in bocca.
Capisco oggi dunque che, che lo voglia o no, zampone e cotechino saranno davanti a me anche l’anno prossimo. Lo zampone già mi chiama con la sua unghietta satanica, il cotechino sta zitto e fa il palo.
Se non scrivo da quasi un mese è perché per le feste me ne sono tornata in Italia a rifocillarmi di tutto ciò che amo. Ritornata poi negli Stati Uniti, ho confrontato il mio squallido e inesorabile destino d’ufficio con il Carnevale continuo di spritz e cicchetti che avevo lasciato alle mie spalle. Dal 2 Gennaio, ho vagato in cappotto e ciabatte per le strade di Washington e Baltimora, sorseggiando del bourbon di pessima qualità e chiedendomi dove sia finita la mia spensieratezza.Finalmente questo pomeriggio ho ceduto alla gastrite che mi logorava dal cenone di fine anno e mi sono ritrascinata a casa, dove Alec mi aspettava con una coperta pulita, una ciotola di zuppa, e una manciata di capsule antiacido.
Dopo un lungo bagno caldo e un buon sigaro cubano importato illegalmente, riguardai le fotografie delle mie vacanze adorate. Una sensazione di fastidio lentamente si insidiò tra i miei pensieri, come a competere con tutti e venti i polpastrelli sultanini.
I miei ricordi dorati contenevano una bugia, una trappola antica. Il cotechino e lo zampone con cui avevo posato in languide foto, e che avevo trangugiato tra mugolii e untuosi sorrisi il 31 Dicembre, non mi erano poi piaciuti così tanto. Anzi, se mi permettete, mi avevano fatto schifo.

Sgusciai dalla vasca con un salto (come sempre, perché mi piace il rischio) e mi gettai davanti al computer per riesaminare le immagini del mio cenone. Passai in rassegna le tartine, il baccalà mantecato, le lasagne e le lenticchie, ed ecco, finalmente, il piatto dell’orrore: uno zampone rigonfio e turgido che si stringeva contro un flaccido cotechino nudo come un verme.
Mi riassalì il ricordo di quei falsi organi di salame bollito che sgusciavano da un tascone di alluminio fumante preannunciati da una colata di grasso di ginocchia. Rividi chiaramente il cotechino che zompava sul piatto e quasi volava via sul tavolo. E riassaporai la glutinosa oscenità di quelle carni cartilaginose e chimiche, peccaminose e inutili.
“Ma a chi cacchio piace questa merda?” esclamai e poi di tradussi in inglese per il mio sposo. Alec mi accarezzò la testa in silenzio. Lui il cotechino quella sera l’aveva solo guardato da lontano.
Mi rinchisi allora in camera da letto per riflettere. Ricordai che tutti i miei ospiti avevano solo sbocconcellato zampone e cotechino, usando le cinque portate che li avevano preceduti come scusa per allontanarsi verso il balcone a fumarsi una sigaretta e aspettare pandoro e panettone.
“Questa e’ una tradizione che in fondo non piace a nessuno,” pensavo, “è un laido avanzo di una cultura ignorante e gretta, e io gli avanzi non li mangio.”
Andai in cucina e mi misi a cucinare per Alec: una pasta con le verdure e una caponata a sopresa da nascondere nel frigo per il giorno dopo. E mentre aspettavo che bollisse la pasta, andai a spegnere il computer e dove mi aspettava la foto tremenda e lucida del piatto forte del Capodanno italiano. Incrociai le braccia sul petto a sfida e sentii un brontolio sommesso salire dallo stomaco, mentre, inaspettatamente mi saliva l’acquolina in bocca.
Capisco oggi dunque che, che lo voglia o no, zampone e cotechino saranno davanti a me anche l’anno prossimo. Lo zampone già mi chiama con la sua unghietta satanica, il cotechino sta zitto e fa il palo.
22 settembre 2006
40.000 Piccioni con una fava
DI LAJULES


Fuori dall’Italia non è possible dichiararsi veneziani senza sentirsi rivolgere la domanda, “Ma Venezia quando affonda?” Io adesso ho imparato a rassicurare gli stranieri con stile: descrivo il Mose in inglese, e tralascio tutte le polemiche correlate. I miei amici stranieri mi lasciano in pace, anche se un po’ confusi. Sono italiana, alla fine, e nessuno si fida di me.
Sembra pero’ che oggi il problema della Serenissima sia un altro: gli stramaledetti colombi che scagazzano (o schittano) sui monumenti e sui passanti. CNN.com dà l’allarme: ci sarebbero almeno 40,000 piccioni in giro per Venezia, e la maggior parte sono in piazza San Marco.
I colombi di Venezia sono odiati dai locali. Emanano un odore nauseabondo, perdono piumacce untuose da tutte le parti, ed hanno un'arroganza da padroncini che li rende odiosi a chiunque trascorra a Venezia più dei 3 giorni spesi dal turista medio (americano). Riguardo all’arroganza, l’esempio più eclatante è il colombo che si prende tutto il tempo che vuole per attraversare la calle a piedi. Anche nel traffico mestrino ho potuto osservare lo stesso fenomeno.
Il mio amico Ujo, artista ed etologo, mi spiegava che l’arroganza comandina dei colombi veneziani viene dalla sicurezza garantita da una struttura gerarchica perfettamente organizzata che ha tutti i crismi dell’associazione mafiosa. In cima alla piramide colombara c’e’ il fantomatico Tachin, alto un metro, muscolosissimo e imbattibile a mantenersi nell’ombra. Avvistato solo in controluce per qualche attimo fugace, il Tachin amministra zone di potere e seleziona le giacche nuove che saranno colpite da uno schitto. Il Tachin è leggendario ed eterno, e il suo regno domina Venezia con il suo puzzo acre e velenoso. In tempi più recenti, il Tachin e i suoi seguaci sono anche riusciti a mettere a tacere la stampa locale, e ora solo chi sa l’inglese può connettersi al sito della CNN per sapere cle cifre del danno.
I veneziani, da sempre, borbottano ma non reagiscono. Alcuni hanno coi colombi ovvi rapporti di connivenza, altri ormai hanno la mentalità colombara che non riesce ad immaginare un cambiamento. Ma come al solito ci sono sacche di resistenza. Spesso la lotta avviene seguendo i consigli di antichi adagi e quindi oggi vi propongo una ricetta per coordinare una azione di disturbo significativa.
Sembra pero’ che oggi il problema della Serenissima sia un altro: gli stramaledetti colombi che scagazzano (o schittano) sui monumenti e sui passanti. CNN.com dà l’allarme: ci sarebbero almeno 40,000 piccioni in giro per Venezia, e la maggior parte sono in piazza San Marco.
I colombi di Venezia sono odiati dai locali. Emanano un odore nauseabondo, perdono piumacce untuose da tutte le parti, ed hanno un'arroganza da padroncini che li rende odiosi a chiunque trascorra a Venezia più dei 3 giorni spesi dal turista medio (americano). Riguardo all’arroganza, l’esempio più eclatante è il colombo che si prende tutto il tempo che vuole per attraversare la calle a piedi. Anche nel traffico mestrino ho potuto osservare lo stesso fenomeno.
Il mio amico Ujo, artista ed etologo, mi spiegava che l’arroganza comandina dei colombi veneziani viene dalla sicurezza garantita da una struttura gerarchica perfettamente organizzata che ha tutti i crismi dell’associazione mafiosa. In cima alla piramide colombara c’e’ il fantomatico Tachin, alto un metro, muscolosissimo e imbattibile a mantenersi nell’ombra. Avvistato solo in controluce per qualche attimo fugace, il Tachin amministra zone di potere e seleziona le giacche nuove che saranno colpite da uno schitto. Il Tachin è leggendario ed eterno, e il suo regno domina Venezia con il suo puzzo acre e velenoso. In tempi più recenti, il Tachin e i suoi seguaci sono anche riusciti a mettere a tacere la stampa locale, e ora solo chi sa l’inglese può connettersi al sito della CNN per sapere cle cifre del danno.I veneziani, da sempre, borbottano ma non reagiscono. Alcuni hanno coi colombi ovvi rapporti di connivenza, altri ormai hanno la mentalità colombara che non riesce ad immaginare un cambiamento. Ma come al solito ci sono sacche di resistenza. Spesso la lotta avviene seguendo i consigli di antichi adagi e quindi oggi vi propongo una ricetta per coordinare una azione di disturbo significativa.
Risotto con Fave e Cumino
Fate un soffritto di cipolla e a aggiungete del peperoncino e un cucchiaio di cumino. Aggiungete le fave belle morbide (io in America ho usato i fagioli lima) e fate andare per qualche minuto. Aggiungete il riso e procedete da qui come qualsiasi risotto. A questo punto mettetene da parte una porzione da accompagnare o da agnello o da verdure grigliate. Il resto avvelenatelo e servitelo ai colombi.
01 agosto 2006
SAY CHEESE! /Annucci
BY ANNUCCI
io mentre mi accerto che il polpo sia veramente morto
Cari Fioi,
a gentile richiesta ecco a voi la ricetta del Polpo "alla mia maniera", ovvero Insalata di polipo.
La procedura più indicata è la seguente:
Recarsi al Golfo di Napoli e buttarsi in acqua con costume, pinne ed occhiali.
Appostarsi su uno scoglio come una cozza ed attendere l'arrivo di un bel polpo di almeno 5kg.
Appena lo avvistate fingete indifferenza, chessò, fate finta di prendere il sole o di dormire.
Il polpo, come è noto, cercherà di allungare un tentacolo per toccarvi una chiappa ed a quel punto, con scatto felino, vi avventate sul povero malcapitato e lo azzannate al collo fino a provocarne lo svenimento.
Appena il polpo darà segno di essere più che intontito sbattetelo con violenza contro lo scoglio per una decina di volte, per ucciderlo e per rendere la carne tenera.
Se tutto ciò non fosse possibile potete recarvi alla pescheria più vicina ed acquistare un polipo già pescato.
Per evitare che diventi duro come un copertone di tir la prima cosa da fare è immergetelo per tre o quattro volte nell'acqua bollente con un forchettone, di modo che i tentacoli di arricino per bene e che la carne si ammorbidisca.
Finita questa operazione si può immergere il polpo nell'acqua e lasciarlo cuocere per una ventina di minuti.
Una volta cotto si adagia su un piano e con un coltello ci si accerta che sia davvero morto (come sto facendo io nella foto sopra). Mi raccomando questo passaggio è molto importante perchè il polpo è molto vendicativo e se non fosse ancora morto potrebbe cercare di saltarvi al collo e strozzarvi con i tentacoli, d'altra parte al posto suo anche voi sareste parecchio incazzati!
Fatto ciò apprestatevi a tagliare il polpo a rondelle e conditelo con olio, sale, prezzemolo e limone.
Se volete potete far bollire delle patate ed poi unirle al polpo insieme a qualche pomodorino pachino. Nù vero babà!

come potete notare il polpo non da più segni di vita
10 luglio 2006
ITALIA CAMPIONE DEL MONDO!
BY LAJULES

Ho seguito la finale dei mondiali da un bar mediorientale dove non servivano alcolici ma ottimi falafel e baba ganoush. Alec, convinto di ordinare un succo di frutta alla banana, si e' ritrovato con un narghile alla banana. Il tavolo accanto al nostro era di americani innamorati di Zidane, ma tra di loro c'era una ragazza in canottiera azzurra che teneva per i nostri (e ha pianto dopo il rigore francese). I due tavoli di fronte erano di francesi e argentini che tifavano Francia. Insomma, per l'Italia c'ero io, Francesca, Alec, Geoff, e i nostri amici britannici MIchael e Katherine. Il primo gol subito mi ha portato alla disperazione, il secondo mi ha fatto saltare per un quarto d'ora tra le braccia della Francy, e il resto della partita mi ha dato palpitazioni, sudori freddi, e croci di spine alla testa.
Francesca ed io non abbiamo avuto la forza di assistere ai rigori. E' gia' stressante abbastanza vivere i mondiali in terra straniera. Allora ci siamo allontanate di un centinaio di metri, e ci siamo sedute vicino a un campo da tennis. Dietro di noi, un signore si godeva la bellissima giornata e la partita di tennis ascoltando "Summertime" cantata da Ella Fitzgerald e Louis Armstrong. L'ansia del rigore e' scomparsa in un attimo.
Francesca ed io parlavamo dell'Italia in tutta serenita', quando la strombazzata di uno scooter in lontananza ci ha fatto capire cosa stava succedendo. Ci siamo guardate negli occhi, e immediatamente abbiamo ricevuto un SMS da Alec con una parola sola: ITALIA!
Siamo saltate per aria e abbiamo corso verso il bar mediorientale (io sono inciampata e oggi sono a casa con una caviglia abnorme), e poi abbiamo assistito alla parata di macchine strombazzanti, dove italiani doc, italoamericani, e americani innamorati dell'Italia sventolavano il tricolore. Mi e' mancata l'Italia in questo momento, ma e' stato bello vedere che anche qui riusciamo a fare casino. In serata, abbiamo mangiato una pizza nella pizzeria italiana (buona) di Washington, e ogni fetta di pizza si alternava ad un brindisi o un coro insieme a tutti gli italiani emigrati.
Come sappiamo tutti, la Nazionale e' la cosa che ci fa sentire italiani e per questo la amiamo. E se poi e' una nazionale come questa di Lippi, che e' capace di cacciare tutti i fantasmi del passato vincendo con la Francia (!!!) ai rigori (!!!!)... Speriamo che questo mondiale ispiri un po' l'Italia tutta a ritirarsi su dal fango in cui si e' gettata. Una nota personale di vanto: gli Azzurri di Lippi sono della mia generazione. Fioi: abbiamo vinto!!!

Ho seguito la finale dei mondiali da un bar mediorientale dove non servivano alcolici ma ottimi falafel e baba ganoush. Alec, convinto di ordinare un succo di frutta alla banana, si e' ritrovato con un narghile alla banana. Il tavolo accanto al nostro era di americani innamorati di Zidane, ma tra di loro c'era una ragazza in canottiera azzurra che teneva per i nostri (e ha pianto dopo il rigore francese). I due tavoli di fronte erano di francesi e argentini che tifavano Francia. Insomma, per l'Italia c'ero io, Francesca, Alec, Geoff, e i nostri amici britannici MIchael e Katherine. Il primo gol subito mi ha portato alla disperazione, il secondo mi ha fatto saltare per un quarto d'ora tra le braccia della Francy, e il resto della partita mi ha dato palpitazioni, sudori freddi, e croci di spine alla testa.
Francesca ed io non abbiamo avuto la forza di assistere ai rigori. E' gia' stressante abbastanza vivere i mondiali in terra straniera. Allora ci siamo allontanate di un centinaio di metri, e ci siamo sedute vicino a un campo da tennis. Dietro di noi, un signore si godeva la bellissima giornata e la partita di tennis ascoltando "Summertime" cantata da Ella Fitzgerald e Louis Armstrong. L'ansia del rigore e' scomparsa in un attimo.
Francesca ed io parlavamo dell'Italia in tutta serenita', quando la strombazzata di uno scooter in lontananza ci ha fatto capire cosa stava succedendo. Ci siamo guardate negli occhi, e immediatamente abbiamo ricevuto un SMS da Alec con una parola sola: ITALIA!
Siamo saltate per aria e abbiamo corso verso il bar mediorientale (io sono inciampata e oggi sono a casa con una caviglia abnorme), e poi abbiamo assistito alla parata di macchine strombazzanti, dove italiani doc, italoamericani, e americani innamorati dell'Italia sventolavano il tricolore. Mi e' mancata l'Italia in questo momento, ma e' stato bello vedere che anche qui riusciamo a fare casino. In serata, abbiamo mangiato una pizza nella pizzeria italiana (buona) di Washington, e ogni fetta di pizza si alternava ad un brindisi o un coro insieme a tutti gli italiani emigrati.
Come sappiamo tutti, la Nazionale e' la cosa che ci fa sentire italiani e per questo la amiamo. E se poi e' una nazionale come questa di Lippi, che e' capace di cacciare tutti i fantasmi del passato vincendo con la Francia (!!!) ai rigori (!!!!)... Speriamo che questo mondiale ispiri un po' l'Italia tutta a ritirarsi su dal fango in cui si e' gettata. Una nota personale di vanto: gli Azzurri di Lippi sono della mia generazione. Fioi: abbiamo vinto!!!
06 luglio 2006
BOCCONI AMARI IN FINALE
Germania 2006 sta volgendo al termine e gli Azzurri sono in finale insieme ai sogni di gloria di tutti gli italiani. Io putroppo, per colpa del fuso orario, ho potuto vedere ben poco di questo mondiale. Mi sono pero’ bastate tutte le polemiche delle ultime settimane e il partitone contro la Germania per ritrovare l’entusiasmo patriottico. E se aggiungo che durante Italia-Germania ho banchettato a frittatone di cipolle e birra (olandese) gelata, allora capirete il mio bisogno crescente di sentirmi italiana e riscattata.Non posso mentirvi, la critica principale che fanno qui in America ai calciatori italiani e’ quello di stramazzare al suolo in lacrime per un colpo di vento. Ammetto che inginocchiarsi davanti all’arbitro fa poco Gary Cooper e troppo Albertone, ma sentirsi criticati dai grandi perdenti di questo mondiale mi rimescola lo stomaco.
Allora ho preso esempio dalla Nazionale di martedi: inghiotto il sarcasmo e il disprezzo della terra dei liberi e tengo duro finche’ il destino non sara’ capovolto a mio favore. Gli americani che dopo l’eliminazione si sono messi a tifare Brazile, Ucraina (!) e Germania stanno cadendo uno a uno e adesso l’unica via d’uscita e’ tifare Francia, il paese che verso l’America ha tenuto il nasino bello dritto e presuntuoso per almeno due secoli.
La verita’ e’ che il mondo odia e ama l’Italia perche’ in Italia ancora funziona tutto senza che funzioni niente. Non credo che la situazione durera’ a lungo, ma intanto godiamocela. E in futuro, resistiamo alla tentazione di piagnucolare, e inventiamoci una resistenza al giudizio straniera usando l’ironia italiana (quella buona) e il BUON SENSO.
I tedeschi dicono di voler sabotare la pizza? Cannavaro fa bene a rispondere: “Ma chi ve lo fa fare?” e LaJuana fa bene a sghignazzare: “Va bene, vuol dire che non mangero’ crauti per tre mesi.” I pizzaioli italiani in Germania intanto sembrano servire la Pizza 2-0. Sono sicura che sia ottima; di certo e' inconfutabile.
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